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Le caratteristiche del cohousing

Fare cohousing non è semplicemente “coabitare”. Il cohousing, secondo Mc Camant e Durrett, ha delle caratteristche ben precise e peculiari a cui fare sempre riferimento quando ci si appresta a costruirne uno!

1. Processo partecipativo:  i residenti partecipano attivamente nella stesura del progetto arcihitettonico e in ogni aspetto dell’organizzazione. Il gruppo di residenti è responsabile completamente per ogni decisione finale

2. L’architettura a servizio della socialità: nel cohousing disegnare le case e il villaggio insieme, secondo dei criteri ben precisi, significa  incoraggiare la vita sociale dei residenti, il loro senso di vicinato e le loro relazioni di sostegno reciproco

3. Strutture comuni: sempre, nel cohousing, sono presenti aree comuni come la “casa comune” oppure le aree verdi o altri luoghi condivisi da tutti i residenti. Si tratta di luoghi fondamentali, dove ci si ritrova quotidianamente a mangiare insieme, lavorare oppure far giocare i bambini

4. Gestione a carico dei cohousers: nel cohousing tutto è a carico dei residenti in parti uguali. Ogni decisione e scelta si prende insieme, attraverso  processi decisionali che impegnano tanto tempo della vita di gruppo.

5. Struttura non gerarchica: La gestione del cohousing necessita la divisione di alcuni ruoli e compiti di leadership, ma la responsabilità delle decisioni è sempre a carico del gruppo di adulti residenti

6. Redditi individuali: nel cohousing ogni nucleo familiare ha il proprio reddito e la propria gestione patrimoniale.

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le origini del cohousing

cohousing-in-denmarkIl cohousing nasce in Danimarca negli anni ‘60 ed è oggi diffuso specialmente in Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone e, ovviamente, Danimarca.

Il primo tentativo di costruire una comunità di cohousing iniziò in Danimarca nell’inverno del 1964 quando un architetto danese, Jan Gudmand-Hoyer, riunisce un gruppo di amici per discutere di un altro modo di abitare. Dopo diversi mesi, questo piccolo gruppo di amici arrivò a pensare di vivere in una casa che fosse rispettosa dell’ambiente ed eco-sostenibile.  Verso la fine dell’anno comprarono un terreno in periferia di Copenaghen e pensarono ad un progetto di 12 casette costruite attorno alla Casa Comune e una piscina.

Il Comune della città ufficialmente sostenne il progetto, ma la comunità territoriale non fece altrettanto e i protagonisti dell’idea furono costretti a  vendere il terreno comprato senza costruirvi nulla.   

Le prime famiglie interessate al cohousing erano spinte dal senso di insoddisfazione rispetto alla vita sociale che si svolgeva nella abitazioni comuni. Essi percepivano che non tutti i loro bisogni, in particolari i rapporti di vicinato e le relazioni tra le persone, erano soddisfatti e che la struttura stessa degli edifici e delle case non aiutava a creare il tessuto di legami che desideravano.

Qualche mese più tardi Gudmand-Hoyer scrisse un articolo dal titolo “The Missing Link between Utopia and the Dated One-Family House,” nel quale descriveva l’idea di quel gruppo e il loro progetto. Esso fu pubblicato in una giornale nazionale nel 1968 e suscitò la risposta di più di cento famiglie interessate a vivere in una comunità di questo tipo.

Nello stesso periodo, furono pubblicati altri articoli su progetti simili. Nel 1967, apparve quello di Bodil Graae. Children Should Have One Hundred Parents,” indirizzato a un gruppo di cinquanta famiglie interessate a creare:  “una casa collettiva, con il comune denominatore ‘soprattutto per i bambini’

I due gruppi unirono le loro forze e nel 1968  fondarono un paio di comunità, una a  Jonstrup, un piccolo villaggio alla periferia di  Copenhagen, e un’altra vicino a Hillerod.

Verso la fine del 1973 entrambe le comunità, Saettedammen and Skraplanet, completarono la costruzione. Una terza comunità, Nonbo Hede, fu completata nel 1976 vicino a Viborg.

Queste comunità vengono certamente considerate come i primi tentativi nella direzione del cohousing, ma non ne costituiscono ancora un modello vero e proprio, infatti, in quegli stessi anni, qualcun altro stava pensando a quello che diventerà il vero prototipo del cohousing.

Gudmand-Hoyer, infatti, stava lavorando all’idea di avviare un progetto abitativo in cui si potessere arrivare ad un grado di condivisione ancora più significativo. Conosciuto come il  Farum Project, prevedeva delle abitazioni per famigle e single costruite attorno all’area comune, alla scuola e tutte connesse da un’area pedonale coperta.

Questo progetto attirò l’attenzione di parecchi costruttori edili che lavoravano nel non-profit. Contemporaneamente, il Danish Building Research Institute sponsorizzò una gara nazionale di progetti relativi ad abitazioni a basso impatto urbanistico con una densità di abitanti molto piccola. La gara fu vinta da quella proposta dal Farum Project che si basava essenzialmente sulle strutture condivise e la partecipazione dei residenti nella fase progettuale. Cinque anni più tardi,  Tinggarden anche il primo cohousing in affitto, fu completato

Il Cohousing si diffuse velocemente dalla Danimarca in diverse parti del mondo, in particolare negli Stati Uniti. Il termine danese ‘bofællskaber’ fu introdotto in USA come ‘cohousing’ da due architetti americani, Kathryn McCamant and Charles Durrett, che visitarono parecchie comunità e scrissero un libro dal titolo “Cohousing : A Contemporary Approach to Housing Ourselves.

Oggi si trovano oltre 600 comunità di Cohousing in Danimarca, più di un centinaio negli Stati Uniti e dozzine nel resto dell’Europa, Regno Unito, Olanda, Svezia e Germania inclusi. In Danimarca si avvia perfino la costruzione di interi quartieri della città seguendo il modello Cohousing.

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Per capire meglio il cohousing

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